Mah.
Una volta, quando ero una bambina innocente (tsz) vidi un film per ragazzi (che francamente non ricordo quale sia), in cui un ragazzino una bella mattina si svegliava nel corpo di un’altra persona, una persona che non era mai esistita. E così, la trama mostrava tutte le gaffe di questo imbranatoide di protagonista, il quale ovviamente non sapeva come comportarsi con sconosciuti che dicevano di conoscerlo da una vita.
A me ogni tanto succede la stessa cosa, tanto che mi viene da pensare “ma io sono davvero io” e cose così (probabilmente è solo demenza precoce).
Non ci posso fare niente, se mi scordo quello che ho mangiato a colazione stamattina (a proposito, ma ho fatto colazione stamattina? :O ), non si può pretendere che mi ricordi facce, nomi e avvenimenti, soprattutto di tizi e tizie che intravedo all’università.
Volete la cronaca? E va bene, se proprio insistete, vi faccio la cronaca.
Stamattina ho preso il treno delle sette per andare all’università, teoricamente a fare un esonero, nella pratica lasciamo perdere.
Sono arrivata alle otto meno dieci, mi sono recata all’Ateneo, ho fatto quello che dovevo fare, e alle otto e cinquanta ero di nuovo in stazione per tornarmene a casa. Il treno è uno di quei momenti che preferisco vivermi in solitudine, all’andata perché devo caricare le batterie in vista di quello che mi aspetta, al ritorno per caricare le batterie in vista di quello che mi aspetta.
Comunque sia.
Cammino, cammino fino all’ultima carrozza, salgo, cammino, cammino fino agli ultimi sedili, mi siedo sprofondando con la faccia nascosta dagli occhiali da sole e il cappello, tipo spia in incognito, e attendo che il treno parta.(Ti prego, parti).E proprio mentre quell’insulsa vocetta femminile gracchia nell’altoparlante “E’ in partenza, dal binario uno, il treno PER : Barletta – centrale”, dei passi si avvicinano, e una voce mi urla nell’orecchio:- Ciaoooooooooo!!! Come stai? Come va? Che si dice?
Sennonché….oddio chi è questa qua? Penso nella capa mia.
Una ragazza: robustella, capelli neri mesciati di rosso e occhiali da vista, mi sorride dal sedile di fronte e comincia a farsi i cazzi miei.
Il punto è che io LA CONOSCO. Dio se la conosco. Lo so che la conosco. Il mio cervello scandaglia quella faccia nel database delle foto segnaletiche e quando arriva a lei fa BIIP-BIIIP-BIIP. Ma al posto del nome un numero (ZY-0076) e la fedina penale VUOTA.
Va bè: il segreto in questi casi è sorridere a trentasei denti , con perfetta nonchalance, e cominciare a parlare di te per evitare discorsi pericolosi.- A me ? Benissimo, grazie! Tutto a meraviglia, sto scrivendo la tesi e bla bla - bla bla…
Vado avanti per circa venti minuti, parlando a motoretta. Quando la tipa si è abbastanza rincoglionita dalle mie chiacchiere, tocca a me chiedere:- E tu? Che mi dici?
Ovviamente, lo spirito femminile è fin troppo prevedibile. Per vendicarsi della mia parlantina, la tipa comincia a spararmi tutta la sua vita degli ultimi quindici anni.
Dopo qualche chilometro, entrambe distrutte, ci accordiamo su un pacifico e riposante silenzio. A destinazione, non mi dà il tempo di dire altro, mi saluta e se ne va.
Chi era? Boh.
Che voleva? Boh…
Per ribadire la sottile arte del "Che delizia rivederti pure se non ho idea di chi tu sia" voglio raccontarvi un episodio veramente topico.
30 marzo 2006: corridoio di pedagogia.
Esame a scelta, tre del pomeriggio, un corridoietto smilzo e oscuro come se ne trovano solo all'Ateneo della mia università, ragnatele negli angoli, topi con gli occhiali che sfogliano "Il metodo" della Montessori, scheletri di studenti fuoricorso in attesa che il prof torni dalla pausa pranzo....ma quel giorno, impossibile guardarsi anche solo la punta dei piedi! IM-POS-SI-BI-LE!!
Il corridoio così pieno che pareva di giocare a twister con le nazionali rugby di Scozia, Canada e Galles, gente che banchettava a panini e coca-cola sui gradini delle scale, i pochi fortunati che avevano trovato delle sedie seppelliti da una montagna di zaini.
Tutti a fare lo stesso esame mio. Esame che, tra l'altro, non riuscivo a vedere manco dove si tenesse. Ero lì dalle otto del mattino, stanca, distrutta, nervosa, con la compagnia di un collega di corso che non faceva altro che ribadire quanto poco sapesse dell'esame (una di quelle persone che dopo averti convinto a suggerirgli di darsi fuoco, esce pure dall'aula con trenta e lode, per intenderci). Ad un certo punto, si spalanca la porta, ne esce un'assistente, giovane, caruccia, mi supera per entrare in un'altra stanza - si blocca, torna indietro, mi squadra, s'illumina:
- Ciaooooooooooooo! Come stai? Cosa ci fai qui?'
(ndr: secondo te?)
Stessa scena di stamattina: il mio cervellino che fa Bip-bip e nel frattempo lavora freneticamente per trovare un solo ricordo dell'assistente caruccia.
A distanza di tempo, dopo molte pazienti riflessioni, sono giunta a concludere che quella doveva essere una con cui da piccola giocavo a Lupo mangiafrutta e sette-si-schiaccia sotto casa di mia nonna, ma ancora non ne sono sicura.
E comunque quella volta sono riuscita a dare l'esame dieci minuti dopo.
In Italia è così.
Una volta, quando ero una bambina innocente (tsz) vidi un film per ragazzi (che francamente non ricordo quale sia), in cui un ragazzino una bella mattina si svegliava nel corpo di un’altra persona, una persona che non era mai esistita. E così, la trama mostrava tutte le gaffe di questo imbranatoide di protagonista, il quale ovviamente non sapeva come comportarsi con sconosciuti che dicevano di conoscerlo da una vita.
A me ogni tanto succede la stessa cosa, tanto che mi viene da pensare “ma io sono davvero io” e cose così (probabilmente è solo demenza precoce).
Non ci posso fare niente, se mi scordo quello che ho mangiato a colazione stamattina (a proposito, ma ho fatto colazione stamattina? :O ), non si può pretendere che mi ricordi facce, nomi e avvenimenti, soprattutto di tizi e tizie che intravedo all’università.
Volete la cronaca? E va bene, se proprio insistete, vi faccio la cronaca.
Stamattina ho preso il treno delle sette per andare all’università, teoricamente a fare un esonero, nella pratica lasciamo perdere.
Sono arrivata alle otto meno dieci, mi sono recata all’Ateneo, ho fatto quello che dovevo fare, e alle otto e cinquanta ero di nuovo in stazione per tornarmene a casa. Il treno è uno di quei momenti che preferisco vivermi in solitudine, all’andata perché devo caricare le batterie in vista di quello che mi aspetta, al ritorno per caricare le batterie in vista di quello che mi aspetta.
Comunque sia.
Cammino, cammino fino all’ultima carrozza, salgo, cammino, cammino fino agli ultimi sedili, mi siedo sprofondando con la faccia nascosta dagli occhiali da sole e il cappello, tipo spia in incognito, e attendo che il treno parta.(Ti prego, parti).E proprio mentre quell’insulsa vocetta femminile gracchia nell’altoparlante “E’ in partenza, dal binario uno, il treno PER : Barletta – centrale”, dei passi si avvicinano, e una voce mi urla nell’orecchio:- Ciaoooooooooo!!! Come stai? Come va? Che si dice?
Sennonché….oddio chi è questa qua? Penso nella capa mia.
Una ragazza: robustella, capelli neri mesciati di rosso e occhiali da vista, mi sorride dal sedile di fronte e comincia a farsi i cazzi miei.
Il punto è che io LA CONOSCO. Dio se la conosco. Lo so che la conosco. Il mio cervello scandaglia quella faccia nel database delle foto segnaletiche e quando arriva a lei fa BIIP-BIIIP-BIIP. Ma al posto del nome un numero (ZY-0076) e la fedina penale VUOTA.
Va bè: il segreto in questi casi è sorridere a trentasei denti , con perfetta nonchalance, e cominciare a parlare di te per evitare discorsi pericolosi.- A me ? Benissimo, grazie! Tutto a meraviglia, sto scrivendo la tesi e bla bla - bla bla…
Vado avanti per circa venti minuti, parlando a motoretta. Quando la tipa si è abbastanza rincoglionita dalle mie chiacchiere, tocca a me chiedere:- E tu? Che mi dici?
Ovviamente, lo spirito femminile è fin troppo prevedibile. Per vendicarsi della mia parlantina, la tipa comincia a spararmi tutta la sua vita degli ultimi quindici anni.
Dopo qualche chilometro, entrambe distrutte, ci accordiamo su un pacifico e riposante silenzio. A destinazione, non mi dà il tempo di dire altro, mi saluta e se ne va.
Chi era? Boh.
Che voleva? Boh…
Per ribadire la sottile arte del "Che delizia rivederti pure se non ho idea di chi tu sia" voglio raccontarvi un episodio veramente topico.
30 marzo 2006: corridoio di pedagogia.
Esame a scelta, tre del pomeriggio, un corridoietto smilzo e oscuro come se ne trovano solo all'Ateneo della mia università, ragnatele negli angoli, topi con gli occhiali che sfogliano "Il metodo" della Montessori, scheletri di studenti fuoricorso in attesa che il prof torni dalla pausa pranzo....ma quel giorno, impossibile guardarsi anche solo la punta dei piedi! IM-POS-SI-BI-LE!!
Il corridoio così pieno che pareva di giocare a twister con le nazionali rugby di Scozia, Canada e Galles, gente che banchettava a panini e coca-cola sui gradini delle scale, i pochi fortunati che avevano trovato delle sedie seppelliti da una montagna di zaini.
Tutti a fare lo stesso esame mio. Esame che, tra l'altro, non riuscivo a vedere manco dove si tenesse. Ero lì dalle otto del mattino, stanca, distrutta, nervosa, con la compagnia di un collega di corso che non faceva altro che ribadire quanto poco sapesse dell'esame (una di quelle persone che dopo averti convinto a suggerirgli di darsi fuoco, esce pure dall'aula con trenta e lode, per intenderci). Ad un certo punto, si spalanca la porta, ne esce un'assistente, giovane, caruccia, mi supera per entrare in un'altra stanza - si blocca, torna indietro, mi squadra, s'illumina:
- Ciaooooooooooooo! Come stai? Cosa ci fai qui?'
(ndr: secondo te?)
Stessa scena di stamattina: il mio cervellino che fa Bip-bip e nel frattempo lavora freneticamente per trovare un solo ricordo dell'assistente caruccia.
A distanza di tempo, dopo molte pazienti riflessioni, sono giunta a concludere che quella doveva essere una con cui da piccola giocavo a Lupo mangiafrutta e sette-si-schiaccia sotto casa di mia nonna, ma ancora non ne sono sicura.
E comunque quella volta sono riuscita a dare l'esame dieci minuti dopo.
In Italia è così.
